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Ecco qualche estratto del libro : Il silenzio di Nyamata 10, aprile 1994 (versione italiana e inglese)

…Caritas Kagera, aveva lunghi capelli arruffati sul viso e la coperta di lana tirata fin sopra la testa.

Un rumore esterno disturbò i suoi sogni; socchiuse gli occhi e vide che era ancora buio, il latrato di un cane la svegliò definitivamente.

“E’ già ora di alzarsi?” chiese suo fratello Andrè con voce assonnata.

“No Dédé” rispose lei con un sorriso “Torna a dormire, è presto.”

Anche la piccola Claire dormiva profondamente mentre, tra le mani, stringeva una bambola che le avevano regalato i missionari qualche anno prima.

Caritas decise di alzarsi ma faticò ad abbandonare il tepore del letto, indossò in fretta il suo pagne arancione (tessuto rettangolare usato per coprire le gambe) un maglione di lana e un paio di sandali; raccolse i folti capelli in una lunga coda, si gettò una coperta sulle spalle per ripararsi dal gelo notturno e uscì fuori di casa.

Sua madre stava accendendo il fuoco.

“Buon giorno” disse Caritas coprendosi uno sbadiglio con la mano; si sedette nel cortile di terra battuta e sbadigliò ancora.

L’aria fredda era ancora carica degli odori della cena della sera prima; attorno alle case si aggiravano cani randagi alla ricerca di cibo.

Caritas alzò lo sguardo per osservare il cielo ancora nero e colmo di stelle: la totale assenza di nuvole lasciava intuire che neanche quel giorno avrebbe piovuto; i fagioli e il sorgo coltivati nel terreno familiare ne avrebbero risentito.

“Neanche oggi pioverà”disse.

Sua madre guardò prima lei, poi il cielo, poi sospirò; Nyamata era una terra molto arida e poco fertile a causa della scarsa presenza d’acqua. Quando arrivava l’Itumba, la stagione piovosa, era una festa per tutto il villaggio: iniziava il periodo di prosperità.

Le due donne sentirono un rumore e si voltarono: nonna Isis era la terza a svegliarsi; si lasciò cadere su una sedia e invitò Caritas a sedersi tra le sue gambe.

Caritas ubbidì; ogni mattina sua nonna le spazzolava i lunghi capelli neri.

Yolande porse a entrambe una scodella di latte caldo.

Lentamente, uno dopo l’altro, si accesero i fuochi negli altri cortili; il villaggio assopito riprendeva vita.

Caritas guardò la grande e diafana luna che, di lì a poco, si sarebbe nascosta dietro le colline per lasciare posto al sole.

Si stiracchiò e sbadigliò ancora una volta.

“Hai dei capelli bellissimi e agli uomini piacciono i capelli lunghi” le disse sua nonna.

“Non sarebbe meglio che li tagliasse?” si intromise Yolande seccata “Ogni volta che lava i capelli, invece di aiutarmi a lavorare, passa più di un’ora sotto il sole per asciugarli.”

“Non è colpa mia!” ribatté Caritas, sua madre aveva sempre da ridire sui suoi capelli.

“Caritas devi trovarti un marito” continuò nonna Isis.

“Ma io non voglio un marito, sono ancora piccola.”

Sua nonna sospirò, “Alla tua età ero già sposata e incinta di tua madre.”

“Mamma” disse Yolande sospirando “Non metterle in testa strane idee, Caritas ci serve ancora qualche anno qui in casa, deve darci una mano.”

“Stai tranquilla mamma, non me ne andrò così presto.”

“Sei una ragazza tanto bella” sospirò nonna Isis “Hai tanti pretendenti, potresti scegliere quello che ti piace di più. Non tutte le ragazze sono tanto fortunate.”

“Sarà bella anche fra qualche anno” replicò Yolande mentre in una pentola riscaldava l’acqua per lavarsi.

“Io non voglio sposarmi ora. Non ho neanche un fidanzato!”

Yolande entrò in casa scuotendo la testa, Caritas la seguì per prendere due taniche di plastica; quando uscì, si aggiunse alle due donne che stavano sbucciando delle patate.

Nonna Isis canticchiava una canzone d’amore e dondolava la testa al ritmo delle parole.

“Caritas, quando torni devi lavare i vestiti di tuo padre, bisogna avere l’abito buono per andare in Chiesa”

“Sì mamma”

“Ricordati di cucire i calzini di tuo fratello e poi devi rifare l’orlo della gonna di Claire, l’ha strappato a scuola….quella bambina è troppo agitata”

“È agitata perché è una bambina” intervenne nonna Isis, ma Yolande non le diede ascolto e continuò: “Caritas devi anche comprare un po’ di sapone e un po’ di carne.”

Georges Kagera, il padre di Caritas, uscì fuori di casa sbadigliando, salutò le donne e si sedette davanti l’uscio accendendosi una sigaretta.

“Prendi un po’ di latte invece di fumare” disse sua moglie indicando un piatto.

Georges si strinse nelle spalle “Non ho fame, ho voglia di fumare.”

Quando Caritas vide alcune donne avviarsi verso il bosco posò il coltello e si alzò, salutò la sua famiglia e, con fare silenzioso e assonnato, si diresse verso la fonte di vita dell’intero villaggio: il Rwakibirizi, un ruscello d’acqua che sgorgava da una falda sotterranea ed era il motivo di ritrovo di un’immensa folla di donne e ragazze che, con una tanica sulla testa e una in mano, assediavano la fonte per rifornire d’acqua le proprie abitazioni.

Caritas adorava andare alla fonte perché si divertiva e l’atmosfera era piacevole.

Mentre camminava, immergendosi nel buio precedente l’alba, il gran vociare di chi la circondava le impediva di pensare tranquillamente; intonò allora una vecchia canzone che le aveva insegnato sua nonna quando era piccola.

Mentre attraversava le paludi sentì in lontananza i fischi dei talapoin, piccole scimmie acrobate che abitavano tra i canneti.

L’odore fetido dell’umidità fu presto sostituito dal delicato profumo dei fiori bianchi e delle ninfee.

Caritas sentì i fruscii silenziosi dei sitatunga che si aggiravano tra gli alberi circostanti.

I sitatunga erano le antilopi acquatiche che in caso di pericolo si nascondevano nell’acqua per ore.

“Caritas ho una notizia da darti! Sono fidanzata!” disse Lisa saltellandole intorno.

“Ancora?” chiese Caritas sbalordita “Ho perso il conto delle volte che ho sentito questa frase!”

“Non essere sciocca”

“Ragazze!” Dietro di loro Pierre le stava raggiungendo in bicicletta.

Si fermarono per aspettarlo.

“Non dire nulla davanti a mio fratello.”

Caritas annuì; Pierre era il fratello di Lisa, aveva sedici anni ed era un ragazzo gentile e sempre disponibile.

“Ciao Pierrot come stai?”

“Sto bene e tu piccola ?”

“Molto bene grazie”

“Vi accompagno alla fonte?” chiese con un largo sorriso.

“Va bene” rispose Lisa baciandolo sulla fronte.

Lisa aveva vent’anni e voleva molto bene a suo fratello, l’aveva cresciuto lei mentre la loro madre lavorava nei campi; il loro rapporto era speciale, a volte magico: ogni cosa Pierre pensasse, Lisa la diceva ad alta voce. Si capivano semplicemente con lo sguardo; si potevano definire due amanti molto affiatati, se solo non avessero avuto lo stesso sangue. Il loro rapporto si era intensificato con la morte del padre Charles-Louis, lo zio di Caritas, in un tragico incidente.

Le due ragazze rimasero in silenzio; accanto a loro si sedette una signora anziana che con un fazzoletto bianco si asciugava il sudore del viso, arrossato dalla fatica:

“Cosa faremmo se non ci fosse quest’acqua?” chiese. Caritas le sorrise teneramente, poi si offrì di aiutarla a risalire il pendio.

La donna le rivolse uno sguardo colmo di gratitudine, “Sei davvero gentile.”

“Questa ragazza è la gioia della nostra vita” disse Lisa e tirò un buffetto affettuoso sulla guancia di Caritas.

Mentre Lisa aiutava l’anziana donna, urlò a Caritas di riempire anche le sue taniche.

Caritas sbuffò. Quel lavoro era abbastanza faticoso, anche se con il tempo si finiva per farci l’abitudine.

Ogni tanto doveva fermarsi per scostare le foglie delle Umunyeganyege, una varietà di palma, che impedivano il riempimento dei bidoni.

Caritas si passò il dorso della mano sulla fronte per asciugarsi un rivolo di sudore che le imperlava la fronte, l’immancabile parlantina delle donne finiva spesso per stordirla.

Alzò distrattamente lo sguardo.

Poco distante, un ragazzo la stava osservando.

Anche lei si soffermò a guardarlo, poi abbassò la testa timidamente.

Dopo qualche attimo posò di nuovo gli occhi su di lui, cercò di capire se l’avesse già visto da qualche parte, ma scartò presto questa ipotesi: lo avrebbe sicuramente ricordato.

Il ragazzo si chinò per sollevare il bidone ormai traboccante d’acqua.

Quando levò nuovamente il capo, nell’attimo in cui i loro sguardi s’incontrarono, Caritas avvertì qualcosa muoversi dentro il suo corpo.

Si posò una mano sul ventre e capì che non era lo stimolo della fame, ma qualcos’altro.

Qualcos’altro.

La prima a distogliere lo sguardo fu lei, incapace di resistere alla morsa che le serrava lo stomaco.

Mentre sollevò la tanica fuori dall’acqua, si accorse che le sue mani tremavano.

Sicuramente ha più di venti anni.

Si guardò intorno per vedere se qualcuno avesse notato il loro scambio di sguardi, ma tutti erano intenti ad attingere l’acqua, parlare e ridere, nessuno si era accorto di ciò che stava succedendo.

Forse mi ha scambiata per un’altra persona.

Caritas prese l’ultima tanica e la immerse nell’acqua; alzò di nuovo la testa e si chiese dove fosse Lisa.

Sentiva che lui la stava ancora guardando.

Perché continua a fissarmi?

Quando lo vide incamminarsi verso di lei, iniziò ad agitarsi, si guardò attorno alla ricerca di Lisa.

Il ragazzo era vicinissimo ora, solo qualche metro li separava.

“Caritas!” Pierre le posò una mano sulla spalla.

Il misterioso ragazzo allora si fermò all’istante e guardarsi intorno indietreggiò.

“Che c’è?”chiese lei bruscamente.

“Ti devo aiutare?”

“Sì, Lisa è sparita.”

Mentre Pierre si dava da fare, Caritas alzò lo sguardo, ma il ragazzo era svanito nel nulla.

“Dov’è andata Lisa? Mia sorella è proprio stupida, meno male che ci sono io qui ad aiutarti.”

Caritas non aveva sentito una sola parola, prese le sue taniche e lanciò un ultimo sguardo intorno a sé.

“Andiamo” disse Pierre impaziente.

“Cosa?”

“Sbrighiamoci, troveremo Lisa in cima”

“Lisa?” rispose Caritas come se sentisse quel nome per la prima volta.

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